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Quando qualcuno richiede un finanziamento, la banca tra le altre cose si accerta dello stato civile del richiedente. A molti sembra un accertamento insolito e che viola in qualche modo la privacy, eppure siccome il vincolo matrimoniale a molto a che vedere con lo stato dei rispettivi patrimoni le banche vogliono vederci chiaro per conoscere lo status patrimoniale del richiedente. Capiamo per bene quali possono essere i casi e quali norme del codice civile regolano questo tipo di rapporti

La Banca è propensa ad accertare lo stato della persona fisica richiedente e, qualora questa risultasse coniugata, deve, tramite copia dell’atto di matrimonio, appurare se esistano tra i coniugi particolari convenzioni che incidono sulla situazione patrimoniale ed economica del soggetto.
All’atto del matrimonio i coniugi vedono i loro rapporti regolati secondo il principio della comunione legale dei beni.
Ciò tra l’altro comporta che ogni bene acquistato anche separatamente da ciascun coniuge si presume di proprietà anche dell’altro coniuge e quindi rientrante nella comunione;

Il prestito per chi ha scelto la separazione dei beni

Naturalmente i coniugi possono anche optare per il regime della separazione dei beni. In questa ipotesi ciascun coniuge risponde delle obbligazioni assunte, soltanto con il proprio patrimonio.
Per le evidenti differenze sostanziali che ne derivano è ovvio, quindi, che la Banca finanziatrice valuterà sempre con attenzione le due differenti ipotesi, sia al fine di accertare l’effettiva consistenza patrimoniale del richiedente, sia al fine di acquisire delle garanzie collaterali al finanziamento, idonee sotto il profilo patrimoniale e giuridico.

In pratica, qualora il soggetto richiede il prestito sia coniugato e abbia prescelto il regime della separazione dei beni e tenuto conto che questo tipo di scelta può essere possibile tramite dichiarazione all’atto di matrimonio o mediante convenzione avanti notaio, non si porrà né per la Banca, né per il futuro affidato alcun problema particolare. Ciascun coniuge risponde dei debiti contratti soltanto con il proprio patrimonio.
L’Azienda di credito esigerà, pertanto, dal richiedente soltanto la presentazione di copia dell’atto di matrimonio da cui risulti la separazione dei beni, oltre, naturalmente, alla solita documentazione prevista per qualsiasi soggetto. La posizione di fronte alla Banca del soggetto coniugato, che abbia optato per il regime della separazione dei beni, è identica a quella dei soggetti non coniugati.

I prestito per chi ha scelto la comunione dei beni

Più complicata è, invece, la situazione del richiedente il finanziamento che risulti coniugato e non abbia scelto il regime della separazione dei beni. In questa fattispecie, infatti, si applica la norma dell’art. 159 c.c. per la quale

“Il regime patrimoniale legale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione stipulata a norma dell’articolo 162, è costituito dalla comunione dei beni…”.

Il problema, in questi casi, per la Banca, è quello di valutare in che misura i principi del nuovo diritto di famiglia possano incidere sulla consistenza patrimoniale del richiedente.
Occorre, infatti, non scordare che l’ammontare del finanziamento, specie se concesso a persone fisiche, è sempre commisurato in primo luogo al valore dei cespiti compresi nel patrimonio. In altre parole, la Banca, fin dall’inizio del rapporto, si accerta su quali beni mobili e immobili possa rivalersi in caso di insolvenza del proprio cliente.

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Si può quindi ben comprendere l’estrema attenzione della Banca che intende concedere un prestito a un soggetto in regime di comunione.

Dunque, la Banca che concede il prestito ne subordinerà l’erogazione al conseguimento di talune misure che le consentano di essere pienamente tutelata, anche se nella veste originaria di creditrice particolare.

In pratica, l’Azienda di credito preferirà che siano entrambi i coniugi a stipulare il contratto di finanziamento con lei e ciò per finanziamentipoter aggredire eventualmente, in base alle regole sopra illustrate, i beni della comunione. Inoltre gli stessi coniugi verranno richiesti prevedibilmente di sottoscrivere una clausola di tenore simile al seguente: “In deroga all’articolo 190 del codice civile autorizziamo espressamente la Banca ad agire in via principale e non sussidiaria e per l’intero Vostro credito, anche sui beni personali di ciascuno di noi”.
In questo modo la Banca è in grado di tutelare il credito nel modo migliore perché, in caso di mancato rimborso, potrà agire indifferentemente contro i beni della comunione, dato che i coniugi hanno assunto congiuntamente l’obbligazione al rimborso del prestito!
Pertanto, la Banca richiederà al coniuge in regime di comunione i seguenti documenti:

  • la sottoscrizione per coobbligazione dell’altro coniuge;
  • l’accettazione di entrambi alla deroga dell’art. 190 c.c.

Quello tra i due coniugi che non intendesse fino a tal punto coinvolgere l’altro nella richiesta di presito potrebbe ovviare, in un certo senso, offrendo semplicemente alla Banca la fideiussione del proprio coniuge.
Solitamente una simile proposta verrà declinata dall’Azienda di credito. Questa, dovendo agire, potrebbe soltanto pignorare i beni personali del coniuge affidato e i beni personali del coniuge garante. I beni della comunione risulterebbero aggredibili soltanto in subordine e con priorità riservata ai creditori della comunione.
Qualora il prestito venga, invece, richiesto da entrambi i coniugi, la Banca, che null’altro eccepisce, diverrebbe creditrice della comunione e quindi i beni personali dei coniugi sarebbero pignorabili solo in un secondo tempo.

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